sabato 13 agosto 2016

Amber

Buona...notte a tutti! Una delle cose che mi sono mancate in questi mesi è stato parlare di libri. Non ho letto moltissimo rispetto ai miei standard, ma qualcosina che mi ha colpita c'è stato. Come Amber, di Kathleen Winsor.


Da quel che ho capito leggendo un po' di commenti su Anobii, mi sono fatta l'opinione che relativamente a questo libro o lo si ama o lo si odia. Io credo di stare nel mezzo. per certe cose non mi è piaciuto, altre, invece, le ho apprezzate. L'ho letto anche abbastanza velocemente, cinque settimane per quasi 900 pagine. Contando sul fatto che ci ho messo sette mesi a leggere La Danza dei Draghi di Martin, credo di aver battuto un record degli ultimi tre anni...


La storia inizia nel 1644, quando la guerra civile tra realisti e parlamento imperversa. Amber St. Claire nasce in quell'anno, figlia di due nobili non legati dal vincolo matrimoniale. Viene affidata ad una coppia di contadini che la cresce come una nipote fino ai sedici anni, quando Amber rifiuta di sposare un contadino per scappare a Londra con Bruce Carlton, cavaliere della restaurata monarchia che sarà il suo grande amore ma la abbandonerà, incinta, per soddisfare la sua sete di avventure. Da lì, parte la scalata sociale di Amber che, di matrimonio in matrimonio e da un luogo ad un altro, arriverà ad essere una delle tanti amanti del re Carlo II.



Quando uscì negli Stati Uniti nel 1944, Forever Amber, questo il titolo originario dell'opera, fece molto scandalo per i numerosissimi riferimenti a legami e gravidanze fuori dal matrimonio, aborti, rapporti sessuali e scene erotiche, tanto che venne vietato in numerosi Stati. Nonostante questo, il romanzo incontrò un successo strepitoso, raggiungendo in una settimana le 100 mila copie vendute, secondo molti perché, in un periodo in cui le donne erano relegate ai fornelli e ai figli, la libertà morale della protagonista rappresentava tutto ciò che loro non potevano avere. Oggi, tutto questo non scandalizza più, e in questo senso si può dire che la storia è invecchiata.


Amber sembra un Armony, un rosa senza troppe pretese di trama. La protagonista, mano a mano che va avanti la storia, diventa sempre più odiosa, egoista, cattiva anche, quasi una dimostrazione vivente della corruzione che il potere porta. Il suo come altri sono personaggi che non hanno nessuna evoluzione, rimangono schiavi dei loro vizi e dei loro bassi desideri. La ricchezza di Amber sta nei dettagli, come la descrizione della società del tempo, degli abiti  e degli arredi, minuziosissima. In questo si vede il lavoro svolto dalla Winsor, appassionata del periodo della Restaurazione, che arrivò a leggere 200 volumi solo per preparare il suo libro. Il destino di Amber incrocia quello di personaggi realmente esistiti, dal re Carlo II ad alcune delle sue numerose amanti, come l'intrigante Barbara Palmer, la tragica Frances Stewart o l'apparentemente innocente attrice Nell Gwyn.



Dopo aver letto di tutti questi personaggi, ho fatto qualche ricerca su internet per saperne un po' di più su di loro, e una delle cose che più mi hanno colpita sono stati i loro ritratti. Se nel libro, infatti, vengono descritti come tutti bellissimi, nei quadri le donne piene di grazia di Amber non sembrano poi tanto tali, con quei nasi forti, le fronti troppo alte e i menti sfuggenti. E' incredibile come i canoni di bellezza possano tanto cambiare nel tempo...


Insomma, il giudizio finale per Amber è un nì. Mi è piaciuto per alcune cose, ma per altre no. Personaggi stereotipati e odiosi, scene fin troppo teatrali contrastano con un'ambientazione curata e descritta in modo minuzioso. Non consiglio di leggerlo se non amate gli Armony e i rosa.

E questo è tutto, alla prossima!

domenica 7 agosto 2016

Tzan-Tzan!

Mi è tornata la voglia di scrivere. Penso spesso a questo blog così abbandonato, che mi ripropongo sempre di riprendere dopo la laurea. L'università mi ha succhiato via sia il tempo che la voglia di scrivere, gli argomenti, le idee...ma, in questi giorni di pausa, la tastiera e le sue letterine, alcune delle quali messe un po' maluccio, mi hanno attirata di nuovo.

Sono stati mesi intensi, fatti di studio soprattutto. Ho recuperato il tempo perso in due mesi, tralasciando ore di sonno, di lettura, di passeggiate, con l'ansia di riuscire e avere voti alti sia per soddisfazione personale che per il fatto che il mio futuro si sta giocando proprio in questi anni e voglio offrire a me stessa e a chi mi starà vicino il meglio. Alla fine, ce l'ho fatta, e ora mi sto godendo una piccola pausa prima di affrontare la sessione autunnale di settembre e ottobre. L'ultima, se tutto va bene. Poi, dovrò pensare solo al tirocinio, al quale già sono stata ammessa, e alla tesi.

Mi sto prendendo una piccola vacanza. Sono a Milano per una decina di giorni, ospite di alcuni amici del mio ragazzo (ebbene si, tzan-tzan!). Vi lascio una foto del Duomo che ho scattato stamattina.


Non ero stata a Milano da anni, e non vedevo seriamente la città da ancora più tempo, da quando avevo nove anni. Continua a sembrarmi molto caotica, ma la galleria Vittorio Emanuele II da poco restaurata mi ha impressionata molto, soprattutto il pavimento con le sue stupende decorazioni.


E questo è tutto per oggi. Mi è mancato molto scrivere qui...avrete presto mie nuove. Ho già qualche idea su prossimi post...

Buona notte a tutti voi, vista l'ora tarda.

lunedì 8 febbraio 2016

Di scrittura, studio, classici e...Robin Hobb, as always!

Mi è mancato questo posto. Mi è mancato scrivere.


Sono stati mesi intensi, passati prima a studiare per gli esami, poi a seguire le lezione, poi di nuovo a studiare per gli esami. Queste non sono novità, da due anni e mezzo a questa parte, ma ci sono state anche quelle, alcune delle quali spero di potervi parlare a breve.

school arthur studying

Spesso ho pensato al mio blog abbandonato, fermo al sette agosto. E’ incredibile come nel web, sempre più rapido per la frenesia di condividere, ci possono essere angoli in cui il tempo ha la capacità di fermarsi ad un’immagine, e farlo andare avanti è un’opportunità nelle nostro sole mani. Un blog è così. E ora voglio far si che prenda di nuovo il suo corso, anche se sarà un po’ difficile visti gli impegni. Ma ora che sono più o meno riuscita a dare il giusto spazio a tutto nelle mie giornate, spero di poter inserire anche il blog. Ho iniziato rifacendo due settimane fa il look, decisamente invernale. Spero vi piacciano quei fiocchi di neve che piovono dal cielo. Anche solo modificare queste piccole cose è stata una boccata di ossigeno.


Probabilmente, vi parlerò di poche cose, di quelle più importanti e ovviamente in queste cose ci sono i libri che leggo e che mi colpiscono in bene e in male. Da poco ho finito Moby Dick. Si, mi sono buttata, alla fine! Ed è stato sorprendente, mi aspettavo un testo pesantuccio mentre invece la storia di Achab e della Balena Bianca si è rivelata affascinante, epica, piena di frasi che ho segnato nel mio quadernino e che mi hanno fatta riflettere molto sul significato di questo libro e ciò che ha voluto trasmettere Melville con il suo simbolismo. Ho cercato un po’ di informazione in rete per un futuro video per Youtube (se tutto va bene, lo giro questa settimana e lo posto la prossima) e mi rendo conto che non sono molto d’accordo con alcune tesi che ho trovato. Forse è questa la magia dei classici, quando ci toccano nel profondo, che la loro interpretazione diventa personale, magari non accettabile da un critico letterario professionista, ma già il fatto che in questo mondo dove si elabora sempre meno un pensiero proprio noi lo abbiamo fatto è qualcosa, no?


 In questi giorni invece, sto finendo Il Destino dell’Assassino di Robin Hobb. Si sempre lei. So che mi odiate visto che ne parlo quasi ad ogni post...


E’ l’ultimo libro della Trilogia dell’Uomo Ambrato, la terza ambientata nel mondo degli Elderlings. E si sta rivelando uno dei libri più tristi che io abbia mai letto...ma ve ne parlerò di sicuro.


 A proposito di Robin Hobb, per chi è interessato, qui per voi un link! La Sperling&Kupfer ha pubblicato il primo libro della trilogia The Fitz and the Fool, della quale la Hobb sta scrivendo il terzo volume, previsto per la primavera del 2017. Quando ho visto la notizia stentavo a crederci, e invece, il giorno stesso, sono andata in libreria. In fondo ad una scatola di nuovi arrivi, l’ho trovato. Inutile dire che l’ho comprato subito. Mi mancano tutti i quattro volumi delle Cronache delle Giungle della Pioggia per arrivare a questo punto della storia, ma pensare di leggere finalmente un libro cartaceo di Robin Hobb è una vittoria. Inoltre, la Fanucci riedita L’Apprendista Assassino, il primissimo libro della serie, dall’11 febbraio. Ovviamente sarà mio u.u Due libri cartacei dell’introvabile saga del Reame degli Elderlings su sedici pubblicati, di cui due inediti in Italia, cosa vuoi di più dalla vita! A parte gli scherzi, spero che questo sia solo l’inizio e che mano a mano i libri diventino disponibili per tutti i nuovi fan della Hobb, come me che la seguo da un anno e mezzo.

Robin Hobb in un servizio fotografico per un calendario di qualche anno
fa. Mi fa pensare molto ai personaggi dei suoi libri che possiedono lo
Spirito, la facoltà di legarsi agli animali, comunicare con loro e molto altro.
Questo è tutto. Spero di avere altri ritagli di tempo in cui tornare al blog. E’ stato molto rilassante scrivere questo post, un po’ nella biblioteca dell’università, un po’ sul mio letto, ascoltando brani ‘calmi’ dei Sonata Arctica, dei Nightwish, dei Rhapsody of Fire e di altri artisti. Ultimamente ho anche ricominciato ad ascoltare David Bowie. La sua morte mi ha colpita molto, la sua musica mi trasmette un’energia che pochi riescono a fare con ogni loro singola canzone. Vi lascio con il video di Life on Mars. A mio parere, insieme a quello di Ashes to Ashes, uno dei più belli, da brividi. A presto. 






venerdì 7 agosto 2015

Una mattina nella Contea


Spesso, mi lamento di dove vivo, per il fatto che sia molto isolato, perché con tutti i sempreverdi che ci sono non ho la soddisfazione di vedere le stagioni passare.  Però, ci sono volte in cui adoro le mie colline, e mi rendo conto della fortuna che ho, con questo posto che riesce sempre a sorprendermi. Basta girare l’angolo e trovare, grazie alla pulce nell'orecchio che ti ha messo un pannello bianco con una freccia verde, una stradina che ritenevi chiusa di nuovo aperta, che ti fa piombare in paesaggi degni della Contea, la terra degli Hobbit nel Signore degli Anelli di Tolkien.


 Questa scoperta l’ho fatta qualche giorno fa, in una passeggiata di fine pomeriggio che si è protratta fino a sera, tanto che quando sono tornata a casa mia madre mi ha accolta con un “Finalmente!” al quale io ho risposto con un sognante “Ho trovato la Contea”. Spronata dal fatto che non c’erano né cagnetti fastidiosi sulla strada né ciclisti (altra cosa strana, perché qui di solito non se ne vedeva neanche l’ombra), avevo infatti seguito quella freccia verde e trovato la stradina aperta e con un pannello indicante che ci potevano passare pedoni, ciclisti ed animali da soma e trasporto. Non appena ho cominciato ad addentrarmi in quel sentiero in mezzo alla vegetazione, mi è sembrato di varcare uno di quei paesaggi fantastici e pieni di pace descritti da Tolkien. Sulla mia destra, campi dai quali di tanto in tanto arrivava il suono della campana di un qualche animale al pascolo, sulla mia sinistra il bosco, davanti a me quel piccolo sentiero tra le alte piante di cardo, di more, di finocchio e selce. E dappertutto, la melodia degli uccelli, nel loro ultimo canto prima della notte, e del ruscello che scorreva sulla mia destra, quello stesso ruscello del quale fin da piccola sognavo di scoprire la fonte. Non vi dico la mia emozione quando ho visto davanti a me innalzarsi uno dei piloni del tratto ferroviario. Ne ho già trovato uno in un’altra stradina in mezzo alla foresta vicino a casa, e c’è sempre la stessa emozione di meraviglia di fronte a quelle immense arcate costruite ai tempi del fascismo. Nonostante siano qualcosa di artificiale, non penso che stonino con il paesaggio, ma che anzi gli diano più fascino.



C’era qualcosa che mi attirava, che mi diceva di proseguire per scoprire dove quel sentiero, d’improvviso più aperto, andava a finire. Ma la sera era decisamente avanzata, ed il fatto che il ciclista che avevo poco prima incrociato non fosse ancora tornato mi faceva pensare che forse il percorso era decisamente lungo. Così, seppur a malincuore, sono tornata indietro, ripromettendomi, ovviamente, che sarei tornata il prima possibile.


 Ed è quel che ho fatto ieri, alzandomi di mattina prima che iniziasse il gran caldo in modo da avere più tempo. Nella mia borsa, una bottiglietta d’acqua, la fotocamera e l'mp3, che ho ascoltato per un po’ ed infine ho lasciato perdere per lasciarmi cullare e coinvolgere dai suoni della natura. Il percorso all'inizio era forse lo stesso, ma mi riservava qualche sorpresa. Infatti, ho trovato sulla mia strada una bella tartaruga terrestre.


 Amo le tartarughe terrestri. Quelle d’acqua hanno la grazia del nuoto dalla loro, ma queste...le trovo buffe, nella loro goffaggine e nel loro coraggioso avanzare contro ostacoli vegetali e non. Ed in ogni caso, sorpresa delle sorprese, non sarebbe stata l’unica che avrei incrociato! Ben due sono seguite a quella, una che prima si è fatta annunciare per tutto il fracasso che faceva spostando la vegetazione...


 ...ed un'altra proprio nel bel mezzo del sentiero, che quando mi ha sentita arrivare si è velocemente rifugiata nel suo guscio per poi, una volta che mi sono messa davanti a lei ed ha capito che non correva alcun pericolo, lentamente, un poco ad ogni respiro, è uscita per osservarmi.



 Oltre alle tartarughe, a farmi compagnia c’erano anche miriadi di libellule nere e farfalle di tutti i colori, arancioni striate di nero, violette, bianche, e quelle grandi dalle ali color avorio ritagliate in piccoli rombi da strisce nere. Le mie preferite. Credo inoltre di aver spaventato mezza popolazione pennuta della zona, tra poiane, ghiandaie e corvi.


 Ho attraversato diverse piccole pozze d’acqua che si gettavano nel fiumiciattolo alla mia destra. Lungo il percorso, cambiava. Mutevole, poteva essere rapido quando immobile e con un’infima pellicola opaca sopra, profondo qualche decina di centimetri quanto impantanato, visibile così come coperto da strati e strati di rovi. Vicino alla prima di queste pozze d’acqua, oltre alle tracce degli pneumatici di bici, ho trovato impronte ben diverse...


 Cinghiali! Non so quanti, purtroppo non so leggere bene le tracce animali, ma sono riuscita a distinguere sia delle impronte grandi che di più piccole. Una famigliola deve essere passata lì di notte, quando tutto è calmo.


 Anche la strada, come il fiume, era mutevole. Da quel piccolo sentiero tra le erbe che avevo seguito all'inizio, si allargava per lasciar intravvedere strati di foglie cadute e muretti,  grosse pietre coperte di rovi ai quali si arrampicano fiori dalle bianche corolle a campanula o muschio, campi incolti delimitati da fichi, per poi tornare a diventare un sentierino in mezzo alla vegetazione. Personalmente, ho preferito queste parti, è bellissimo essere circondati da piante più alte di te e alberi. Ed inoltre, sulla riva del fiume, è arrivato l’albero che, per tutta una serie di motivi, dico che mi perseguita. Un enorme e maestoso salice piangente. Ce n’era già uno fuori dal laboratorio degli scavi. Ce n’è uno poco lontano dall'imboccatura della strada per la Contea. Dovunque io vada, state sicuri che ad un certo punto incrocerò un salice piangente. Molti lo vedono come un albero triste, con quei rami che s’incurvano sino a terra, ma a me non ha mai trasmesso questo sentimento. Come le querce, sono maestosi, ma se la quercia è forza bruta nella sua maestosità, il salice è grazie ed eleganza. Per questo, insieme alla quercia, è il mio albero preferito.



 D’improvviso, la strada è diventata sempre più pietrosa, finché al mio lato sinistro si è aperta in un grande campo. Dopo la natura quasi selvaggia, era come se ci fosse qualcosa di più controllato, in quello spazio. Lentamente, anche il paesaggio è cambiato, e degli alberi hanno cominciato a circondarmi. Poco prima di addentrarmi nel loro fitto ho trovato una biforcazione, ma ho preferito tirare dritto. Accanto a me, nel campo erano spuntate delle strane formazioni rocciose coperte di vegetazione che mi facevano un po’ pensare ai funghi.


 E poi, gli alberi hanno lasciato il posto alla roccia.


 Mi chiedevo decisamente dove fossi finita. Fino a che, d’un tratto, poco oltre una pozzanghera, non ho trovato una vasca scavata nella roccia.


 E a qualche metro dalla vasca...


 La fonte, tanto a lungo sognata, del ruscello di casa mia! Non vi dico che emozione è stata. Un sogno di bambina che d’improvviso si realizzava! L’acqua freschissima esce da una fenditura nella roccia, si impantana un po’ e poi diventa il fiumiciattolo che ho sempre conosciuto e del quale senza saperlo ho seguito il percorso sino alla fonte. Finalmente, ce l’ho fatta.


 Dopo la fonte, la strada diventa sempre più civilizzata, una sorta di strada bianca, come qui vengono chiamate alcune stradine di campagna. Il caldo era forte e l’ora tarda, ma la curiosità che mi spingeva sin dall'inizio della mia passeggiata c’era sempre, e mi spronava ad andare avanti, almeno fino ad avere un indizio della zona in cui mi trovavo. Così, mentre al mio lato la lussureggiante vegetazione che avevo visto prima era ormai irrimediabilmente sostituita da campi visibilmente ben tenuti e intravvedevo una prima casetta su un’altura, ho continuato. Ho scoperto diversi nuovi sentieri, uno dei quali sembra tornare a qualcosa di simile alla foresta. Gli altri, continuano in strade bianche. Tutto questo, finché, d’un tratto, non hanno cominciato ad apparire accanto a me i grandi cancelli delle case di campagna. Però, c’era anche qualcos'altro, un rumore di sottofondo che dopo il canto degli uccelli ed il mormorio dell’acqua sembrava quasi una nota stonata nel mondo. Macchine, che d’improvviso ho visto in lontananza su una superstrada, insieme ai camion. Il ritorno improvviso alla civiltà. Ma ancora, non sapevo dove fossi  finita. Così, ho continuato, finché d’un tratto è sbucato fuori un cartello stradale con scritto ‘Strada Vicinale Sos Laccheddos’. Zona mai sentita prima...ma mi sono ripromessa di cercare su internet. Quindi, sono tornata indietro, accaldata ma aiutandomi ascoltando musica, anche perché era oltre mezzogiorno e volevo andare ad un’andatura più sostenuta. Non so perché, ma ascoltare musica mentre cammino mi fa andare più veloce. Ho fatto cinque minuti di pausa alla fonte, anche per rinfrescarmi, sennò sarei morta di caldo. Avevo camminato praticamente senza interruzione per due ore e mezza. Il ritorno è stato decisamente più rapido. Ci ho messo un’oretta, senza contare la ventina di minuti che ci sono tra l’imboccatura della strada per la Contea e casa mia. Sulla strada, ho incontrato un’altra tartaruga. Credo che fosse la prima che avevo visto all'andata, perché era più o meno nello stesso punto.


 E così, sono tornata a casa. Felice per la mia impresa, e non vedo l’ora di ritornarci, anche se magari quando farà un po’ meno caldo. Mi sono informata su internet, è ho scoperto molte cose.


 La strada nella foresta si chiama ‘Strada Vicinale Barca’. Anche se di vicinale ha ben poco, visto che non c’è l’ombra di una casa. Anticamente, era utilizzata da carri e contadini a piedi che venivano dalla zona di Monte Bianchinu, a Sassari, per utilizzare i mulini che si trovano nella mia zona, alcuni dei quali oggi sono diventati case di campagna. Prende il nome dall'omonima fonte, chiamata Fonte Barca. Il perché di questo nome, ancora non l’ho scoperto, ma state sicuri che ce la farò. La fonte com'è oggi, con quel tubo che ne facilita l’uso, è stata sistemata nel XIX secolo. La strada, invece, è stata riaperta da qualche mese nell'ottica di un progetto del Comune di Sassari, che vuole riaprire alcune antiche e oggi dimenticate strade usate dalle comunità della zona fino a qualche decennio fa per poter fare un percorso di escursione e trekking che circondi la città e alla fine sia di circa 30 chilometri. Credo che sia un progetto decisamente intelligente, non solo per far scoprire la storia di questa zona ma anche semplicemente per offrire il piacere di una bella passeggiata nella natura incontaminata. Piacere del quale approfitterò senz'altro ancora e che spero di avervi fatto un po’ sentire con questo post. Grazie per aver letto, e a presto!



                



mercoledì 5 agosto 2015

Il suono della pioggia mi è sempre piaciuto. A volte diventa abituale, nei mesi d’autunno ed inverno in cui è normale che piova. Ma poi, arriva l’estate, e allora la pioggia ti sorprende una mattina particolarmente nuvolosa. Questi sono i momenti in cui arriva la pioggia che preferisco. C’è qualcosa di confortante, che va al di là del fatto che questo vuol dire che l’afoso clima rinfrescherà, in quel ticchettio ovattato così pieno e reale quando si è fuori e così sognante quando tra te e la pioggia c’è il tetto. Penso che una delle cose più belle sia addormentarsi con il suono della pioggia. Forse perché il calore delle coperte ed il fatto che il rumore sia ovattato dalle tegole trasmettono una sensazione di protezione e conforto unica, un po’ come quella che deve provare un ghiro in letargo nella sua tana. E quella luce grigia che diventa padrona del cielo e quei profumi della natura che d’improvviso risaltano amplificati su tutto il resto non fanno altro che aggiungere un tocco di magia.

 

lunedì 27 luglio 2015

Quel che resta degli scavi

Tutto ha una fine. Si sa, è una frase anche banale. Ma, anche dopo, ci sono cose che restano, più o meno evidenti. Di questi primi scavi, me ne rimangono molte. La famigerata abbronzatura da archeologo, con sulla schiena la traccia evidente della canottiera. Un po’ di inchiostro di china sotto un’unghia che non riesco assolutamente a togliere, ricordo dell’ultima frettolosa siglatura di ceramiche al laboratorio. I muscoli delle braccia un po’ più evidenti di prima. Fino alle sei di sabato pomeriggio avevo il lieve senso di nausea dell’alcolica festa di fine scavo. Ma queste sono solo cose fisiche. Professionalmente, ho imparato molto, Al di là del fatto che ho finalmente qualcosa con cui riempire il mio vuoto curriculum. Ma questo è un aspetto molto marginale. Non ho mai pensato di studiare o di lavorare per fare soldi, molti mi giudicheranno un’irresponsabile sognatrice ma una vita basata sul profitto mi è sempre sembrata squallida, e in ogni caso non avrei scelto di intraprendere questa strada se lo avessi voluto. Parlo delle cose che ho imparato, di ciò che ho visto. C’è un’emozione particolare e unica, forse impossibile da descrivere, quando all'improvviso, dopo giorni passati a rimuoverlo, uno strato di cenere finisce e ne comincia uno di argilla, di una sfumatura più scura e così plastico che puoi divertirti con i tuoi colleghi a fare delle statuine a forma di Totoro di Miyazaki. Anche la commozione nel fare un giro nell'area cimiteriale e vedere due bambini sepolti l’uno accanto all'altro, con le mani sul ventre, ha poco di paragonabile. Per non parlare di quando all'improvviso ti spunta davanti il manico di una lucerna di una ceramica che ti pare così perfetta, nel suo delicato colore rosa chiaro e nella sua sottigliezza. Ci sono poi i deliri improvvisi, le foto di gruppo fatte alla pausa postate su facebook, le frasi senza senso dette a mezzogiorno, quando il caldo è al suo picco e resta ancora un’ora di lavoro prima di smontare, lo scassatissimo gazebo che ti cade in testa esalando l’ultimo respiro, sostituito a sorpresa il giorno dopo dal comune che te ne regala uno nuovo. Ci sono le battute, un campione di sedimento avvolto in carta stagnola che viene chiamato ‘Bambinello’ perché effettivamente la sua forma, quando lo prendi tra le braccia, assomiglia a quella di un neonato, il capo area che ogni volta che qualcuno del settore romano viene a dirti le sue mirabolanti scoperte ti ricorda che tu non hai il nulla cosmico, ma una canaletta alla cappuccina unica e bellissima, la collega che ha un riso così contagioso e particolare che ogni volta che ride chiunque lo senta in tutto lo scavo deve bere un sorso d’acqua perché gli spagnoli hanno deciso di lanciare questa piccola presa in giro. E poi, le serate, uniche, in alloggio. I giorni che più ho apprezzato lì sono stati il sabato e la domenica, quando da ventisette passavamo a massimo dodici e allora rimenavamo a riposarci cercando di non delirare per il caldo dalla mattina al pomeriggio, per poi andare al bar a bere qualcosa, stare su internet e mangiare una pizza a cena, per infine guardare tutti insieme un film con il computer o chiacchierare sul retro della palestra del più e del meno. Spesso, però, le nostre conversazioni riflettevano le normali, credo, preoccupazione della nostra generazione: il lavoro quasi impossibile da trovare se non si va all'estero, l’incertezza del futuro e del potersi creare una vita tutta sua, il piano b di riconvertirsi in qualcos'altro, perché magari l’amico di qualcuno ha smesso di fare l’antropologo ed ha aperto un negozio biologico riuscendo finalmente a vivere come Dio comanda e qualcuno pensa di fare la stessa cosa, se tra qualche anno continua ad essere nella situazione di vivere solo con una insufficiente borsa di dottorato.

Ci sono state tutte queste cose e anche molto di più in queste cinque settimane, e sinceramente, tralasciando il momento in cui mi sono svegliata con la sensazione di aver decisamente esagerato con il bere la sera prima, non poteva finire in modo migliore. Lentamente, sabato mattina, tutti se ne sono andati, ad orari diversi. C’è chi ha pianto, chi ha fatto un’ultima battuta abbracciando le persone con le quali aveva vissuto così tanti ricordi. Per tutti, c’è stata la promessa di rivedersi l’anno prossimo, quando gli scavi a Santa Maria di Mesumundu riprenderanno alla ricerca di quel monastero benedettino che tutti ignoriamo dove diamine sia.


Ho capito tanto di me stessa. Ho capito il livello di stanchezza che riesco a sopportare, e quanto, alla fine, una doccia fredda possa non essere così terribile. Probabilmente l’anno prossimo farò tre settimane invece di cinque. Le tre ultime, perché le tre prime mi darebbero la stessa sensazione del non finire un buon libro giallo. Ho capito anche che amo l’archeologia, che resta una delle mie più grandi passioni, ma, anche se lo sospettavo da un po’, che non è quello che voglio fare per sempre. Continuerò a fare campagne di scavo perché mi piace, ma basta. La mia via sono i documenti, il ‘rinchiudersi in un ufficio in mezzo a vecchie e muffite scartoffie e non vedere nessuno’, come lo ha spregiativamente definito un collega una volta che si parlava di ciò che pensavamo di studiare dopo la triennale. Credo che sia tra le cose più importanti che ho imparato in queste settimane. Ed è una delle magie del mio corso di studi. Pochi hanno la fortuna di poter far fin dall'inizio il proprio mestiere, pur senza essere pagati. E’ una fortuna assoluta. E della quale sono felice di aver approfittato. 


venerdì 3 luglio 2015

Scrupoli archeologici

Una delle cose più paradossali dell'archeologia è che alcune delle tecniche per arrivare alla conoscenza sono distruttive, cioè distruggono, in un certo modo, l'oggetto che si va a studiare. Lo scavo ne è uno degli esempi più eclatanti. Nel momento in cui si va a togliere metri di terra, a prendere reperti, ossa, e toglierli dal loro contesto originario, si va a distruggere tale contesto, senza possibilità di tornare indietro. Sapevo già questo concetto, ripetuto così spesso a lezione, ma credo di toccarlo con mano solo ora. Scavando con la cazzuola per tre giorni uno strato di cenere che gli uomini che costruirono la 'mia' canaletta misero lì, ancora calda, per rendere stabile la loro opera, e ascoltando il progetto del mio capo area di smontarla per studiarla, e poi non ricomporla più, com'è ovvio, ho riflettuto a come stiamo distruggendo il lavoro di uomini che, secoli fa, si riunirono per fare ciò che noi stiamo per distruggere. Non so bene come immaginarmeli questi uomini. Mi chiedo chi fossero, piuttosto. Contadini? Pastori? Monaci della vicina chiesa, sconsacrata da duecento anni e con pochissime probabilità di riconsacrazione, visto che, come ha trovato il mio capo area in una fonte letterario, per un certo periodo è stata trasformata in una taverna con prostitute? Chissà. In ogni caso, ci hanno messo impegno e sudore nel costruire quella semplice canaletta, si vede da quel modo così elaborato di realizzarla, tanto che all'inizio si è pensato che fosse una tomba. Mi fa uno strano effetto pensare una cosa simile, un sentimento amaro di non rispetto per quel lavoro svolto dieci secoli fa da uomini che, sulla stessa terra sulla quale io cammino ogni giorno, hanno vissuto, mangiato, amato, sono morti. Probabilmente non conoscerò mai la loro identità, ma penso a loro ad ogni passaggio di cazzuola, ad ogni misurazione delle quote di quei laterizi dallo strano simbolo ovale e che probabilmente la prossima settimana inizieremo a smontare. Cercando di non romperli troppo, però. E' un sentimento che ho condiviso anche con la paleopatologa del gruppo, anche se qui l'argomento erano gli scheletri della vicina area cimiteriale. E lei ha risposto che l'importante è portare rispetto a ciò che si andrà irreversibilmente a distruggere. Forse è questa la chiave di tutto. Il rispetto per il lavoro di chi ci ha preceduto, per migliorare la propria vita, per costituire una propria società ed identità, per l'estremo gesto di sistemare una persona che amava in un modo o in un altro prima di dirgli addio definitivamente. Forse, in questo modo, questi fatti non verranno resi del tutto vani.